La figura di Enrico Morovich (Pecine, 1906 – Lavagna, 1994) occupa un ruolo appartato nella letteratura italiana del secondo Novecento, muovendosi tra il realismo memoriale e la scrittura onirica di matrice surrealista. Nato in una città di confine e segnato dall’esperienza dell’esodo giuliano-dalmata, Morovich elabora in due opere emblematiche – Racconti di Fiume e altre cose (1985) e Un italiano a Fiume (1993) – una riflessione sulla complessità di un’identità pluristratificata attraverso un intreccio tra favola, sogno e autobiografia. Nel primo volume, la memoria si traduce in paesaggio psichico onirico e simbolico, costruito con un linguaggio di metamorfosi e visioni che anticipano la successiva interiorizzazione autobiografica. In Un italiano a Fiume, invece, la componente autobiografica si intensifica e la rievocazione si fa esercizio di autoanalisi: Fiume non è soltanto un luogo perduto, ma un interlocutore sentimentale, una proiezione interiore in cui il soggetto tenta di ricomporre la frattura dell’esilio. Letti in dialogo, i due volumi delineano un percorso unitario di riflessione sul rapporto tra memoria, identità e scrittura. Morovich elabora la ferita della propria condizione diasporica trasformandola in atto creativo, costruendo una “geografia dell’anima” in cui il reale e l’immaginario si sovrappongono. In questa prospettiva, la narrativa morovichiana si afferma come testimonianza e, al contempo, come esercizio di resistenza poetica contro l’oblio: un atto di rigenerazione della memoria attraverso il linguaggio.

“Un’altra volta lo sognai”: sogno, esilio e identità in Enrico Morovich

Dal Bello, Nicolò
2025-01-01

Abstract

La figura di Enrico Morovich (Pecine, 1906 – Lavagna, 1994) occupa un ruolo appartato nella letteratura italiana del secondo Novecento, muovendosi tra il realismo memoriale e la scrittura onirica di matrice surrealista. Nato in una città di confine e segnato dall’esperienza dell’esodo giuliano-dalmata, Morovich elabora in due opere emblematiche – Racconti di Fiume e altre cose (1985) e Un italiano a Fiume (1993) – una riflessione sulla complessità di un’identità pluristratificata attraverso un intreccio tra favola, sogno e autobiografia. Nel primo volume, la memoria si traduce in paesaggio psichico onirico e simbolico, costruito con un linguaggio di metamorfosi e visioni che anticipano la successiva interiorizzazione autobiografica. In Un italiano a Fiume, invece, la componente autobiografica si intensifica e la rievocazione si fa esercizio di autoanalisi: Fiume non è soltanto un luogo perduto, ma un interlocutore sentimentale, una proiezione interiore in cui il soggetto tenta di ricomporre la frattura dell’esilio. Letti in dialogo, i due volumi delineano un percorso unitario di riflessione sul rapporto tra memoria, identità e scrittura. Morovich elabora la ferita della propria condizione diasporica trasformandola in atto creativo, costruendo una “geografia dell’anima” in cui il reale e l’immaginario si sovrappongono. In questa prospettiva, la narrativa morovichiana si afferma come testimonianza e, al contempo, come esercizio di resistenza poetica contro l’oblio: un atto di rigenerazione della memoria attraverso il linguaggio.
2025
surrealismo, esilio, memoria, identità, racconto
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/20.500.12071/50528
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