La riflessione sui rapporti tra «arte italiana» e «arte tedesca» accompagna Longhi nel corso di tutta la sua attività. Rimane ad oggi in larga parte inesplorato il retroterra ideologico di tale riflessione, nutrita di spunti storico-politici e antropologico-culturali. Questo mio saggio, che dedica attenzione per così dire “monografica” a un’ampia recensione longhiana apparsa sulla «Voce» nel gennaio del 1914, si propone di contribuire allo studio di talune premesse storico-politiche e storico-ideologiche sino ad oggi trascurate. Occasione della recensione, che fa il punto sul rapporto tra arte italiana e arte «nordica», è la pubblicazione a Monaco del voluminoso Die italienische Schönheit di Arthur Moeller van den Bruck (1913). L’impegno con cui Longhi si getta a commentare il volume di Moeller è singolare. Di fatto Moeller, che dopo la guerra, lasciata la storia dell’arte, diverrà noto soprattutto come ideologo dei «giovani conservatori» raccolti nello Juni-Klub berlinese e morirà suicida nel 1925, al tempo amico di Theodor Däubler e editore dell’Opera omnia di Dostoevskij in Germania, celebra Piero della Francesca da punti di vista specificamente modernisti, che fanno riferimento al postimpressionismo francese, mitteleuropeo (Hodler) e scandinavo (Munch) e al futurismo italiano, di cui Moeller è tra i più convinti sostenitori in Germania nell’immediato anteguerra. Le ragioni dell’apprezzamento di Piero sono, in Moeller, molto diverse da quelle di Longhi, che pubblica il saggio Piero dei Franceschi e lo sviluppo della pittura veneziana (ancora) del 1914 e il Piero della Francesca nel 1927 (qui Moeller è citato in bibliografia). Tuttavia non incomparabili, e anzi tali da richiamare l’attenzione su Moeller quale oggi dimenticato (eppure illustre) precursore della fama di Piero nel periodo dell’entre-deux-guerres. Spiccano, nel contesto della recensione longhiana, l’indispettita confutazione del nazionalismo di Moeller, avvertito come aristocratizzante, in nome di tutt’altro nazionalismo, vociano e prezzoliniano; un primo abbozzo degli argomenti esposti di lì a poco nell’acido Keine Malerei. Arte boreale?; e infine la riproposizione, da parte di Longhi, di luoghi comuni pubblicistici ampiamente circolanti al tempo in tema di “imperialismo” scientifico e culturale tedesco.

Piero della Francesca e il Novecento. Una recensione dimenticata di Roberto Longhi

Dantini, Michele
2020

Abstract

La riflessione sui rapporti tra «arte italiana» e «arte tedesca» accompagna Longhi nel corso di tutta la sua attività. Rimane ad oggi in larga parte inesplorato il retroterra ideologico di tale riflessione, nutrita di spunti storico-politici e antropologico-culturali. Questo mio saggio, che dedica attenzione per così dire “monografica” a un’ampia recensione longhiana apparsa sulla «Voce» nel gennaio del 1914, si propone di contribuire allo studio di talune premesse storico-politiche e storico-ideologiche sino ad oggi trascurate. Occasione della recensione, che fa il punto sul rapporto tra arte italiana e arte «nordica», è la pubblicazione a Monaco del voluminoso Die italienische Schönheit di Arthur Moeller van den Bruck (1913). L’impegno con cui Longhi si getta a commentare il volume di Moeller è singolare. Di fatto Moeller, che dopo la guerra, lasciata la storia dell’arte, diverrà noto soprattutto come ideologo dei «giovani conservatori» raccolti nello Juni-Klub berlinese e morirà suicida nel 1925, al tempo amico di Theodor Däubler e editore dell’Opera omnia di Dostoevskij in Germania, celebra Piero della Francesca da punti di vista specificamente modernisti, che fanno riferimento al postimpressionismo francese, mitteleuropeo (Hodler) e scandinavo (Munch) e al futurismo italiano, di cui Moeller è tra i più convinti sostenitori in Germania nell’immediato anteguerra. Le ragioni dell’apprezzamento di Piero sono, in Moeller, molto diverse da quelle di Longhi, che pubblica il saggio Piero dei Franceschi e lo sviluppo della pittura veneziana (ancora) del 1914 e il Piero della Francesca nel 1927 (qui Moeller è citato in bibliografia). Tuttavia non incomparabili, e anzi tali da richiamare l’attenzione su Moeller quale oggi dimenticato (eppure illustre) precursore della fama di Piero nel periodo dell’entre-deux-guerres. Spiccano, nel contesto della recensione longhiana, l’indispettita confutazione del nazionalismo di Moeller, avvertito come aristocratizzante, in nome di tutt’altro nazionalismo, vociano e prezzoliniano; un primo abbozzo degli argomenti esposti di lì a poco nell’acido Keine Malerei. Arte boreale?; e infine la riproposizione, da parte di Longhi, di luoghi comuni pubblicistici ampiamente circolanti al tempo in tema di “imperialismo” scientifico e culturale tedesco.
Roberto Longhi, modernismo, Piero della Francesca, futurismo, Arthur Moeller van den Bruck, nazionalismo
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/20.500.12071/21525
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