La vicenda narrata da D’Arrigo in Horcynus Orca ha appassionato non pochi lettori e li appassiona tutt’ora. Si tratta di un libro di non facile accesso, quanto meno in apparenza, e pure di un classico. Al centro del romanzo vi è un nostos, il ritorno alla terra d’origine di un soldato arruolato nella marina italiana, che dopo l’armistizio del 1943, sbarcato a Napoli, decide di mettersi in cammino per tornare in Sicilia attraverso le marine calabresi. Il romanzo inizia il 4 di ottobre del ’43 sul promontorio dello «scilla e cariddi», nell’estrema punta della Calabria. Una parte dell’antefatto, cioè la partenza dal porto di Napoli bombardato, presente nelle prime redazioni dattiloscritte del romanzo, venne cassata per la redazione definitiva probabilmente anche perché in qualche modo riconducibile al neorealismo cinematografico di Roma città aperta o agli episodi di Paisà di Rossellini. D’Arrigo, che aveva iniziato a maturare il progetto del suo romanzo già negli anni Cinquanta, e dunque nel pieno del neorealismo italiano, nel corso dell’ideazione e della scrittura del libro sviluppa l’esigenza di segnare una marcatura netta di distinzione fra la sua scrittura e quella del neorealismo e dei realismi letterari in senso ampio, e questo processo accompagna il lunghissimo lavoro di stesura del romanzo fino alla conclusione, per cui gradualmente la tramatura dell’intreccio viene deformata con varianti e variazioni che spostano la prospettiva verso un acceso sperimentalismo, e in modo particolare in un inserto di circa duecento pagine - il ‘discorso sullo sperone’ -, che fu aggiunto alla fine degli anni Sessanta, in cui l’azione narrativa si blocca per dare adito a una serie inanellata di invenzioni di mente e di parola che avvicinano la scrittura darrighiana al monologo interiore e al flusso di coscienza di James Joyce.

L'epica moderna di Horcynus Orca. D'Arrigo e Joyce

Sgavicchia Siriana
2019-01-01

Abstract

La vicenda narrata da D’Arrigo in Horcynus Orca ha appassionato non pochi lettori e li appassiona tutt’ora. Si tratta di un libro di non facile accesso, quanto meno in apparenza, e pure di un classico. Al centro del romanzo vi è un nostos, il ritorno alla terra d’origine di un soldato arruolato nella marina italiana, che dopo l’armistizio del 1943, sbarcato a Napoli, decide di mettersi in cammino per tornare in Sicilia attraverso le marine calabresi. Il romanzo inizia il 4 di ottobre del ’43 sul promontorio dello «scilla e cariddi», nell’estrema punta della Calabria. Una parte dell’antefatto, cioè la partenza dal porto di Napoli bombardato, presente nelle prime redazioni dattiloscritte del romanzo, venne cassata per la redazione definitiva probabilmente anche perché in qualche modo riconducibile al neorealismo cinematografico di Roma città aperta o agli episodi di Paisà di Rossellini. D’Arrigo, che aveva iniziato a maturare il progetto del suo romanzo già negli anni Cinquanta, e dunque nel pieno del neorealismo italiano, nel corso dell’ideazione e della scrittura del libro sviluppa l’esigenza di segnare una marcatura netta di distinzione fra la sua scrittura e quella del neorealismo e dei realismi letterari in senso ampio, e questo processo accompagna il lunghissimo lavoro di stesura del romanzo fino alla conclusione, per cui gradualmente la tramatura dell’intreccio viene deformata con varianti e variazioni che spostano la prospettiva verso un acceso sperimentalismo, e in modo particolare in un inserto di circa duecento pagine - il ‘discorso sullo sperone’ -, che fu aggiunto alla fine degli anni Sessanta, in cui l’azione narrativa si blocca per dare adito a una serie inanellata di invenzioni di mente e di parola che avvicinano la scrittura darrighiana al monologo interiore e al flusso di coscienza di James Joyce.
Stefano D'Arrigo
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/20.500.12071/13703
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