Nell'odeporica europea del Settecento l'Italia è insieme un'idea e un'immagine: meta obbligata del Grand Tour e, nello stesso tempo, oggetto di una caratterologia nazionale che si consolida in stereotipo. La ricerca assume questa duplicità come problema critico e la indaga, con gli strumenti dell'imagologia, nel punto in cui essa genera un conflitto: la polemica anglo-italiana condotta da Giuseppe Baretti con l'opera "An Account of the Manners and Customs of Italy" (1768), scritta in risposta alla tradizionale letteratura odeporica britannica. Il lavoro è costruito in due parti speculari. La prima ricostruisce l'imagery dell'Italia nella letteratura di viaggio inglese e ne ordina i pregiudizi secondo i loro assi fondamentali – del costume, della religione, dell'arte e della vita civile – leggendoli nei "Travels" di Tobias Smollett e nelle "Letters from Italy" di Samuel Sharp. La seconda mostra come Baretti risponda ricalibrando il discorso pregiudiziale: non per mera contestazione delle singole accuse, ma per riformulazione degli stessi principi di osservazione e conoscenza della cultura italiana. La difesa dell'immagine nazionale è perciò condotta, nell'ambito della critica di intermediazione culturale barettiana, attraverso il canone letterario italiano – da Dante a Petrarca, da Ariosto e Tasso a Passeroni e Parini, fino a Machiavelli – assunto non come repertorio di glorie, ma come il luogo in cui il carattere di una civiltà si rende leggibile e interpretabile. L'"Account", dunque, non è solo un'apologia. Attraverso la critica del pregiudizio esso formula un principio conoscitivo, secondo il quale la lingua è chiave d'accesso agli usi e costumi di una cultura, e senza di essa la conoscenza dell'altro rimane preclusa. La tesi individua la continuità di questo principio lungo l'intero pensiero critico barettiano, fino al "Discours sur Shakespeare et sur Monsieur de Voltaire" (1777), dove l'impossibilità di un goût général discende dalla stessa premessa che rendeva vano il giudizio di Sharp sull'Italia: giudizio letterario e giudizio culturale obbediscono a un'unica regola, che fa della varietà, dei gusti come dei costumi, un valore di incontro culturale. È lo stesso principio che governa il Baretti maestro, quando nell'"Easy Phraseology" (1775) insegna alla sua allieva inglese Esteruccia che «le lingue sono le chiavi maèstre de' modi e de' costúmi d'ogni nazione». La critica del pregiudizio e la didattica dell'italiano sono, per Baretti, il medesimo gesto.
Un "Account" europeo per l’Italia: Baretti e la difesa dell’immagine italiana / Incognito, M.. - (2026 Sep 09).
Un "Account" europeo per l’Italia: Baretti e la difesa dell’immagine italiana
INCOGNITO, MARCO
2026-09-09
Abstract
Nell'odeporica europea del Settecento l'Italia è insieme un'idea e un'immagine: meta obbligata del Grand Tour e, nello stesso tempo, oggetto di una caratterologia nazionale che si consolida in stereotipo. La ricerca assume questa duplicità come problema critico e la indaga, con gli strumenti dell'imagologia, nel punto in cui essa genera un conflitto: la polemica anglo-italiana condotta da Giuseppe Baretti con l'opera "An Account of the Manners and Customs of Italy" (1768), scritta in risposta alla tradizionale letteratura odeporica britannica. Il lavoro è costruito in due parti speculari. La prima ricostruisce l'imagery dell'Italia nella letteratura di viaggio inglese e ne ordina i pregiudizi secondo i loro assi fondamentali – del costume, della religione, dell'arte e della vita civile – leggendoli nei "Travels" di Tobias Smollett e nelle "Letters from Italy" di Samuel Sharp. La seconda mostra come Baretti risponda ricalibrando il discorso pregiudiziale: non per mera contestazione delle singole accuse, ma per riformulazione degli stessi principi di osservazione e conoscenza della cultura italiana. La difesa dell'immagine nazionale è perciò condotta, nell'ambito della critica di intermediazione culturale barettiana, attraverso il canone letterario italiano – da Dante a Petrarca, da Ariosto e Tasso a Passeroni e Parini, fino a Machiavelli – assunto non come repertorio di glorie, ma come il luogo in cui il carattere di una civiltà si rende leggibile e interpretabile. L'"Account", dunque, non è solo un'apologia. Attraverso la critica del pregiudizio esso formula un principio conoscitivo, secondo il quale la lingua è chiave d'accesso agli usi e costumi di una cultura, e senza di essa la conoscenza dell'altro rimane preclusa. La tesi individua la continuità di questo principio lungo l'intero pensiero critico barettiano, fino al "Discours sur Shakespeare et sur Monsieur de Voltaire" (1777), dove l'impossibilità di un goût général discende dalla stessa premessa che rendeva vano il giudizio di Sharp sull'Italia: giudizio letterario e giudizio culturale obbediscono a un'unica regola, che fa della varietà, dei gusti come dei costumi, un valore di incontro culturale. È lo stesso principio che governa il Baretti maestro, quando nell'"Easy Phraseology" (1775) insegna alla sua allieva inglese Esteruccia che «le lingue sono le chiavi maèstre de' modi e de' costúmi d'ogni nazione». La critica del pregiudizio e la didattica dell'italiano sono, per Baretti, il medesimo gesto.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.
