In questa intervista, Georges Didi-Huberman spiega le tesi centrali del suo ultimo libro (Peuples en larmes, peuples en armes. L’œil de l’histoire, 6, Paris, éditions de Minuit, 2016), in cui le lacrime e il pianto vengono sottratte all’universo privato e al mondo dell’impotenza in cui i nostri sistemi di pensiero le hanno generalmente rinchiuse[1]. Didi-Huberman rimette in questione l’idea ricevuta che piangere davanti agli altri, magari riuniti in comunità, sia un gesto condannato a restare politicamente fragile. Per sfatare questo luogo comune Didi-Huberman esplora i «campi di possibilità» e le «chance di trasformazione o di emancipazione» che possono risultare collegate alle diverse «figure in lacrime» passate in rassegna nel libro[2]. Come ha osservato Frédéric Thomas, la domanda che sta al cuore del libro – una domanda che l’autore pone interrogando con insistenza le immagini e i fotogrammi de La corazzata Potëmkin di Eisenstein – è la seguente: «attraverso che tipo di dialettica, l’emozione (émotion) può rovesciarsi in moto di rivolta (émeute), e dei popoli in lacrime (peuples en larmes) possono trasformarsi in popoli in armi (peuples en armes)»[3]? Ovvero, come può l’emozione essere intimamente condivisa? Com’è possibile passare dai singhiozzi all’azione? Che cosa spinge il pianto a farsi sovversione?

Georges Didi-Huberman: «Le lacrime sono una manifestazione della potenza politica»

Alessandro Simoncini
2017-01-01

Abstract

In questa intervista, Georges Didi-Huberman spiega le tesi centrali del suo ultimo libro (Peuples en larmes, peuples en armes. L’œil de l’histoire, 6, Paris, éditions de Minuit, 2016), in cui le lacrime e il pianto vengono sottratte all’universo privato e al mondo dell’impotenza in cui i nostri sistemi di pensiero le hanno generalmente rinchiuse[1]. Didi-Huberman rimette in questione l’idea ricevuta che piangere davanti agli altri, magari riuniti in comunità, sia un gesto condannato a restare politicamente fragile. Per sfatare questo luogo comune Didi-Huberman esplora i «campi di possibilità» e le «chance di trasformazione o di emancipazione» che possono risultare collegate alle diverse «figure in lacrime» passate in rassegna nel libro[2]. Come ha osservato Frédéric Thomas, la domanda che sta al cuore del libro – una domanda che l’autore pone interrogando con insistenza le immagini e i fotogrammi de La corazzata Potëmkin di Eisenstein – è la seguente: «attraverso che tipo di dialettica, l’emozione (émotion) può rovesciarsi in moto di rivolta (émeute), e dei popoli in lacrime (peuples en larmes) possono trasformarsi in popoli in armi (peuples en armes)»[3]? Ovvero, come può l’emozione essere intimamente condivisa? Com’è possibile passare dai singhiozzi all’azione? Che cosa spinge il pianto a farsi sovversione?
Cinema, Eisenstein, Georges Didi-Huberman, La corazzata Potemkin, filosofia politica, popolo, Броненосец «Потёмкин»
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/20.500.12071/20214
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