Il contributo analizza la funzione del respicere nel mito di Orfeo attraverso alcune sue riscritture novecentesche (Rilke, Pavese, Bufalino), assumendo il gesto del voltarsi non come errore, ma come atto strutturale alla costruzione del senso poetico. Nelle fonti classiche il respicere è effetto di una subita dementia (Virgilio) o di un avidus videndi (Ovidio); nel Novecento esso viene invece rifunzionalizzato come gesto necessario, se non deliberato. In Rilke, il voltarsi coincide con la logica stessa del canto: solo la perdita rende possibile la forma poetica, mentre Euridice si configura come figura ormai sottratta al desiderio e alla restituzione. In Pavese, il gesto è pienamente cosciente e si inscrive in una dinamica di conoscenza: Orfeo si volta perché riconosce l’impossibilità di riportare in vita ciò che è definitivamente trascorso, facendo della perdita una condizione di verità. In Bufalino, infine, il respicere è smascherato come gesto calcolato, funzionale alla produzione del canto, e rivela la subordinazione dell’esperienza amorosa alla logica estetica. Il mito conosce così una decisiva torsione: il gesto proibito diventa atto fondativo della poesia. Il respicere si configura come soglia critica in cui si intrecciano perdita, conoscenza e forma, restituendo al mito di Orfeo una funzione centrale nella riflessione novecentesca sull’atto poetico.

Orfeo, ma perchè ti sei voltato?

Lega, Carmen
2026-01-01

Abstract

Il contributo analizza la funzione del respicere nel mito di Orfeo attraverso alcune sue riscritture novecentesche (Rilke, Pavese, Bufalino), assumendo il gesto del voltarsi non come errore, ma come atto strutturale alla costruzione del senso poetico. Nelle fonti classiche il respicere è effetto di una subita dementia (Virgilio) o di un avidus videndi (Ovidio); nel Novecento esso viene invece rifunzionalizzato come gesto necessario, se non deliberato. In Rilke, il voltarsi coincide con la logica stessa del canto: solo la perdita rende possibile la forma poetica, mentre Euridice si configura come figura ormai sottratta al desiderio e alla restituzione. In Pavese, il gesto è pienamente cosciente e si inscrive in una dinamica di conoscenza: Orfeo si volta perché riconosce l’impossibilità di riportare in vita ciò che è definitivamente trascorso, facendo della perdita una condizione di verità. In Bufalino, infine, il respicere è smascherato come gesto calcolato, funzionale alla produzione del canto, e rivela la subordinazione dell’esperienza amorosa alla logica estetica. Il mito conosce così una decisiva torsione: il gesto proibito diventa atto fondativo della poesia. Il respicere si configura come soglia critica in cui si intrecciano perdita, conoscenza e forma, restituendo al mito di Orfeo una funzione centrale nella riflessione novecentesca sull’atto poetico.
2026
9791223506080
Archetipo, riscrittura, mito, Orfeo
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/20.500.12071/52708
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