Nel momento in cui Duchamp, con l’adozione della pratica del readymade, prende congedo dalle tecniche tradizionali si dissolve l’ordinata routine professionale che aveva tradizionalmente accompagnato, nei pittori, la trasformazione dell’”idea” in immagine. In altre parole: viene meno il “mestiere”. La circostanza può apparire a tutta prima liberatoria. A una considerazione più ponderata svela tuttavia implicazioni allarmanti. Come porre rimedio alle discontinuità dell’”ispirazione” o conferire “durata” al tempo interiore se tutto si risolve nell’irripetibile eccezionalità del momento, nell’istante di “autenticità”? La lampadina si accende una sola volta l’anno, avverte Boetti in Lampada annuale (1966): rinnova la domanda cui già poeti e pittori modernisti come Apollinaire o i cubisti “orfici” hanno cercato di rispondere nella Parigi prebellica; e che Tzara torna a porre con inventive metafore in seguito. Come contenere la più capricciosa intermittenza e predisporsi all’attesa? Occorrono regole da reinventare ogni volta per disciplinare l’”illuminazione” e ricondurla alla nostra volontà. Molti tra artisti gli New Dada (e Pop) che si riconoscono nella lezione di Duchamp avvertono l’esigenza, nel secondo dopoguerra, di ricostruire o reinventare una serie ordinata e coerente di pratiche di lavoro capaci di restituire all’attività artistica dimensioni quotidiane, semplici e accessibili. Introdotto da un critico enigmatico e “prezioso” come Félix Fénéon nel contesto dell’interpretazione di Georges Seurat, il rito della ripetizione si rivela cruciale per la tradizione modernista. La discussione ravvicinata di immagini e documenti (condotta dal punto di vista di una storia delle tecniche artistiche) getta nuova luce sulle retoriche della “macchina” nella loro correlazione all’emblema della “stella” e giunge a modificare assunzioni consolidate sull’arte del primo e del secondo Novecento. Nel ricostruire in dettaglio, sul piano concretamente figurativo, gli episodi salienti di una tradizione che con Apollinaire possiamo chiamare “orfica” misuriamo inevitabilmente la parzialità di punti di vista formalistici o la vacuità di retoriche “relazionali” adattate oggi alla reinterpretazione dell’arte del passato. “La sola salvezza”, ammonisce Duchamp, “è in un determinato esoterismo”. Il tema è sollecitante, per più versi tralasciato o addirittura censurato. Vale tuttavia la pena osservare che l’”esoterismo” cui Duchamp si riferisce non ha contiguità con le scienze occulte, cui talvolta lo si è goffamente riferito (e a cui sono invece interessati molti surrealisti, in primis André Breton). Ha a che fare con procedimenti da riconoscere e ricostruire sul piano concretamente figurativo; e più in generale con scelte di latenza e dissimulazione. Deliberata, l’”oscurità” modifica i rapporti tra immagine e parola e sfida la storia dell’arte sul suo stesso terreno: l’”interpretazione” del “significato”.

Macchina e stella. Tre saggi su arte, storia dell'arte e clandestinità

DANTINI M
2014

Abstract

Nel momento in cui Duchamp, con l’adozione della pratica del readymade, prende congedo dalle tecniche tradizionali si dissolve l’ordinata routine professionale che aveva tradizionalmente accompagnato, nei pittori, la trasformazione dell’”idea” in immagine. In altre parole: viene meno il “mestiere”. La circostanza può apparire a tutta prima liberatoria. A una considerazione più ponderata svela tuttavia implicazioni allarmanti. Come porre rimedio alle discontinuità dell’”ispirazione” o conferire “durata” al tempo interiore se tutto si risolve nell’irripetibile eccezionalità del momento, nell’istante di “autenticità”? La lampadina si accende una sola volta l’anno, avverte Boetti in Lampada annuale (1966): rinnova la domanda cui già poeti e pittori modernisti come Apollinaire o i cubisti “orfici” hanno cercato di rispondere nella Parigi prebellica; e che Tzara torna a porre con inventive metafore in seguito. Come contenere la più capricciosa intermittenza e predisporsi all’attesa? Occorrono regole da reinventare ogni volta per disciplinare l’”illuminazione” e ricondurla alla nostra volontà. Molti tra artisti gli New Dada (e Pop) che si riconoscono nella lezione di Duchamp avvertono l’esigenza, nel secondo dopoguerra, di ricostruire o reinventare una serie ordinata e coerente di pratiche di lavoro capaci di restituire all’attività artistica dimensioni quotidiane, semplici e accessibili. Introdotto da un critico enigmatico e “prezioso” come Félix Fénéon nel contesto dell’interpretazione di Georges Seurat, il rito della ripetizione si rivela cruciale per la tradizione modernista. La discussione ravvicinata di immagini e documenti (condotta dal punto di vista di una storia delle tecniche artistiche) getta nuova luce sulle retoriche della “macchina” nella loro correlazione all’emblema della “stella” e giunge a modificare assunzioni consolidate sull’arte del primo e del secondo Novecento. Nel ricostruire in dettaglio, sul piano concretamente figurativo, gli episodi salienti di una tradizione che con Apollinaire possiamo chiamare “orfica” misuriamo inevitabilmente la parzialità di punti di vista formalistici o la vacuità di retoriche “relazionali” adattate oggi alla reinterpretazione dell’arte del passato. “La sola salvezza”, ammonisce Duchamp, “è in un determinato esoterismo”. Il tema è sollecitante, per più versi tralasciato o addirittura censurato. Vale tuttavia la pena osservare che l’”esoterismo” cui Duchamp si riferisce non ha contiguità con le scienze occulte, cui talvolta lo si è goffamente riferito (e a cui sono invece interessati molti surrealisti, in primis André Breton). Ha a che fare con procedimenti da riconoscere e ricostruire sul piano concretamente figurativo; e più in generale con scelte di latenza e dissimulazione. Deliberata, l’”oscurità” modifica i rapporti tra immagine e parola e sfida la storia dell’arte sul suo stesso terreno: l’”interpretazione” del “significato”.
978-88-6010-111-2
Marcel Duchamp; Tristan Tzara; Pablo Picasso; Henri Matisse; Georges Braque; Jasper Johns; Alighiero Boetti; Dada; New Dada; Arte povera; ready made; Cubismo; Guillaume Apollinaire; an-arte; Section d'or; Robert Rauschenberg; Paul Klee; On Kawara; Andy Warhol
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/20.500.12071/2622
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